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21 febbraio 2025

Le 7 virtù di Napoli Sotterrata e la visita alla Sala Sisto V

Le 7 virtù di Napoli Sotterrata costituiscono, senza ombra di dubbio, uno dei maggiori punti d’interesse del sito culturale. Superato il chiosco e varcata la soglia della Sala Sisto, si accede a questo meraviglioso vestibolo: un luogo dalla bellezza superba, all’interno del quale arte, storia e cultura convergono armoniosamente. Ma quali sono le 7 virtù che danno il nome alla Sala?

 

Napoli Sotterrata e le Sala delle Virtù

Napoli Sotterrata è un insediamento greco-romano di carattere archeologico. Fare visita agli scavi, che giacciono proprio sotto la Basilica di San Lorenzo Maggiore, vuol dire tuttavia percorrere un segmento molto ampio della storia napoletana, che include al suo interno più epoche e correnti artistiche differenti. Con la visita alla Sala Sisto V – conosciuta anche come la Sala delle 7 virtù – si arriva al periodo cinquecentesco, dal quale l’area monumentale eredita i magnifici affreschi di Luigi Rodriguez. Percorrendo il vestibolo ed entrando all’interno della sala si possono notare le imponenti arcate, rivestite da pitture ornamentali di grandissimo impatto visivo.

 

Le sette Virtù Reali

Ciascuna delle volte che si elevano sul sotto si fa rappresentante di una diversa virtù, celebrata attraverso uno scompartimento preciso e delle magnifiche raffigurazioni allegoriche. Le virtù ritratte nei affreschi – che costituiscono il vero gioiello dell’insediamento – sono la Clemenza, la Provvidenza, la Gravità, la Magnificenza, la Dignità Regia, la Magnanimità e l’Affabilità. Al di sotto delle pitture ornamentali che affrescano i semicerchi architettonici, troviamo delle zone lasciate in bianco a fare da contrasto. Un tempo, in questa zona della parete, sorgevano stoffe e arazzi. Gli affreschi delle 7 virtù furono realizzati da Luigi Rodriguez per volere del viceré Ferdinando Ruiz di Castro ed Andrada.

 

14 febbraio 2025

Alla scoperta del museo dell’Opera di San Lorenzo Maggiore

Il Complesso di San Lorenzo Maggiore ospita al suo interno anche il Museo dell’Opera di San Lorenzo Maggiore. Esso è direttamente collegato agli scavi archeologici ed è allestito negli ambienti cinquecenteschi nei pressi della Torre Civica della struttura, posta di fianco alla Basilica. Nei quattro piani del Museo è presentato un vero e proprio spaccato di Napoli, della sua cultura e del suo passato. In esso sono infatti esposti reperti medievali e non solo, rinvenuti nella Neapolis Sotterrata. Le opere sono presentate in ordine cronologico ascendente, nei vari livelli dell’edificio, passando quindi dai ritrovamenti di epoca greca a quella romana, suddivisa nello specifico in imperiale e repubblicana. Proseguendo la visita, ci si imbatte poi in testimonianze paleocristiane e bizantine, dell’Alto Medioevo e delle culture normanne, sino all’epoca Angioina, per giungere sul nire alle sale che ospitano i pastori della prestigiosa collezione del convento risalente al periodo sette-ottocentesco. Muovendosi da un’ala all’altra del Museo, si riesce quindi a risalire e a rivivere determinati periodi storici che la città di Napoli ha attraversato nel corso del tempo, e a capire anche come essi si siano fusi tra loro e con la società, dando vita a particolari sfaccettature della cultura partenopea. Inoltre, il Museo dell’Opera di San Lorenzo Maggiore presenta una peculiarità: tutti i reperti sono presentati ricomponendo sicamente gli spazi in cui originariamente erano collocati e ricercando anche le stesse condizioni di luce, di vista prospettica e le finalità per cui erano stati prodotti. Questo particolare evidenza, innanzitutto, quanto la struttura sia intrinsecamente legata al territorio e, anche quanto sia profondo il legame con il mondo religioso. Per quanto riguarda il primo aspetto, ovviamente si fa riferimento alla promozione culturale che esso rappresenta, in quanto il Museo è portavoce e testimonianza vivibile di ciò che era la città antica. In merito invece al rapporto con la religione, la struttura testimonia la presenza della basilica paleocristiana del VI secolo, su cui le generazioni successive hanno poi dato origine a spazi di culto. Era infatti in un periodo in cui la fede Cristiana si circondava di artisti che realizzavano per essa affreschi, mosaici e sculture di immensa bellezza e valore. In questo scenario, emergeva poi con forza la spiritualità Francescana.

Il Museo ore pertanto una visione completa della storia di Napoli ed abbraccia un arco temporale lungo circa 25 secoli, che rappresenta una fonte di studio e di conoscenza pressoché indescrivibile.

 

07 febbraio 2025

Gli scavi di Oplontis e la Villa di Poppea, tesori di Pompei

Dirigendosi poco fuori la città di Napoli, non si può non visitare Oplontis, sito archeologico solitamente poco citato, ma di straordinaria bellezza. 

Oplontis era il suburbium della città di Pompei, da cui dipendeva amministrativamente, seppellita a seguito della drammatica eruzione del 79 d.C. 

Durante l’era borbonica sono stati ritrovati nell’area di Torre Annunziata resti di edifici antichi che testimoniano l’esistenza di un’area periferica suburbana ricca di ville ed edifici pubblici.

I maggiori ritrovamenti dell’area sono rappresentati dalla Villa di Poppea, lussuosa struttura residenziale, e la Villa di Lucius Crassius Tertius, un horreum, cioè un edificio adibito ad attività commerciali e produttive, provvisto di un’area abitativo al piano superiore, entrambe affacciate sul mare. Inoltre, il ritrovamento dello stabilimento termale di Punta Oncino conferma il carattere urbano di Oplontis.

 

La Villa di Poppea 

La Villa di Poppea fu costruita su una scogliera a strapiombo sul mare, alla quale era possibile l’accesso tramite percorsi pedonali coperti, porticati e terrazze con belvedere e giardini situati su diversi livelli. Era un esempio di “Villa d’otium”, la villa urbana, tra le tante che costellavano il golfo di Napoli. La sua importanza è riconducibile alla decorazione pittorica e alla divisione degli spazi basata su assi prospettici, simmetrie e sfondi di giardini ornati di statue e fontane.

La parte più antica dell’edificio, risalente al I secolo a.C., è organizzata intorno all’atrio tuscanico affrescato, affacciato a sud direttamente sul mare, e il giardino, a nord rispetto all’atrio, è organizzato in ambienti per il riposo, il pranzo e il soggiorno, sontuosamente decorati, le cui finestre, aperte sul giardino antistante il mare, erano chiuse da ante in legno. Presente inoltre un complesso termale privato in villa, riscaldato dalla cucina affacciata su un piccolo cortile con al centro una fontana.

Successivamente, gli ambienti termali vennero adibiti a spazi destinati al soggiorno; la cucina in muratura e l’ammezzato per la servitù, mantenne la funzione originaria. 

Nel lato est dell’atrio, intorno al peristilio (il cortile porticato) al cui centro è posta una fontana, si trovano il larario, una costruzione dedicata al culto con l’altare dedicato ai Lari, spiriti protettori della famiglia e della casa, oltre agli ambienti destinati a deposito e dormitorio della servitù e un altra piccola area termale. A sud-ovest rispetto al peristilio, è posta una scala che riconduce a una galleria sotterranea, sviluppata al di sotto del cinquecentesco Canale Conte di Sarno, che ha la funzione di collegamento con un criptoportico affacciato sul mare, le cui strutture sono state rinvenute durante i più recenti scavi. 

 

Verso la metà del I secolo dC, tutto il complesso fu ampliato, a est, con la realizzazione di una enorme piscina, lungo la quale furono disposte stanze da pranzo, soggiorno, alloggi per gli ospiti e dei piccoli giardini d’inverno. Nella ricca vegetazione intorno alla piscina, vi era parte delle sculture che decoravano il lussuoso edificio. 

Tra le numerose ville vesuviane, la Villa di Poppea è l’unica ad offrire la possibilità, basandosi sugli scavi archeologici, di ricostruire la composizione dei giardini interni, luoghi di riposo e meditazione, di grande importanza nella vita aristocratica romana. Inoltre, alcuni studi paleobotanici hanno consentito di risalire alla vegetazione originaria presente: siepi di bosso, oleandri, limoni, platani, olivi, cipressi, edere rampicanti, rose, tutta vegetazione disposta a complemento della decorazione scultorea e architettonica. Un’iscrizione su anfora, che fa riferimento a uno schiavo o liberto di Poppea, fa pensare che la villa possa essere appartenuta al ricco patrimonio immobiliare che la famiglia della moglie di Nerone possedeva sulla costa campana. Al momento dell’eruzione, l’edificio era presumibilmente disabitato, in virtù dei lavori in corso.

 

31 gennaio 2025

L'Erarium, custode del tesoro della città

Durante la visita agli scavi archeologici della Neapolis Sotterrata, nel Complesso di San Lorenzo Maggiore, ci si incammina in una piccola strada, fulcro del commercio e dell’artigianato del tempo, dove fra diverse botteghe e piccoli negozietti ci si imbatte nell’aerarium, il luogo dove veniva custodito il tesoro pubblico della città di Napoli. Tale struttura sorse in epoca romana, in particolare sotto Nerone che volle modificare gli ambienti e adibirli ad edifici pubblici.

Anche il nome assegnatogli conferma le origini romane: la parola latina “aerarium”, deriva da “aes”, ovvero bronzo. Il suo significato viene tradotto come riserva di monete o, più nello specifico, come patrimonio dell’amministrazione.

Era proprio qui, infatti, che venivano custoditi gli averi e il denaro della città di Napoli, come i proventi delle imposte, dei tributi, delle indennità di guerra e delle prede, ma anche documenti di massima importanza, come contratti pubblici, registri censori, i testi delle leggi, i protocolli delle elezioni, i rendiconti finanziari e i giuramenti dei magistrati. Il materiale custodito nell’aerarium era quindi di primaria importanza per l’amministrazione cittadina, pertanto, per tutelare e garantire un maggiore livello di sicurezza, dinanzi ad esso fu posta una spessa grata di ferro, per sbarrare l'accesso a chi non fosse autorizzato ad avvicinarsi. È possibile, quindi, considerare l’aerarium anche come una sorta di luogo simbolo del potere amministrativo in città, essendo frequentato solamente da politici, aristocratici e persone di un certo rango, che prendevano tutte le principali decisioni senza spesso interpellare il resto della popolazione, che era così costretto a subire le volontà imposte dai piani alti.

24 gennaio 2025

L’Antro della Sibilla, tra mito e leggenda

Scoperta dall’archeologo Amedeo Maiuri nel 1932, l’Antro della Sibilla è situata nel Parco Archeologico di Cuma, all’interno dei Campi Flegrei. La Grotta è formata da un lungo tunnel di pietra, a sezione trapezoidale, con 12 brevi sbocchi laterali che si aprono ai lati della collina e dei pozzi, che consentono alla luce di filtrare nel galleria creando un effetto speciale e misterioso di luci e ombre. 

Era qui che si consultava l’oracolo: la leggenda narra che la Sibilla fosse una delle più importanti Sacerdotesse, citata nell’Eneide di Virgilio per aver predetto ad Enea che dopo tante sfide e avventure da compiere, avrebbe trovato nuova fama e ad una nuova patria nel Lazio. Si narra inoltre che il dio Apollo si fosse invaghito di lei e per questo le avesse donato l’immortalità, seppur senza l’eterna giovinezza. Per questo, la Sibilla visse oltre 1000 anni finchè il suo corpo non fu talmente consumato e inconsistente da essere racchiuso in un’ampolla custodita proprio nel tempio di Apollo, dal quale continuò ad annunciare le sue profezie. 

Collegata all’Antro della Sibilla, una camera interna dove secondo la leggenda la Sibilla, in uno stato di trance, pronunciava i suoi responsi; in realtà, la camera fu scavata in epoca romana per facilitare il passaggio pedestre dei militari in arrivo nel Portus Julius e collegava tra loro lago d’Averno e lago Lucrino. Lungo il percorso, di circa 200 metri, dei graffiti sulle pareti. 

Oltre ad essere testimonianza di quello che un tempo fu, l’Antro della sibilla è un luogo magico, di incantevole bellezza, avvolto in un aurea di sogno e realtà, e conserva ancora oggi la suggestività del mito.

17 gennaio 2025

In giro tra le bellezze di Napoli: la Certosa di San Martino

Un vero e proprio gioiello dell’architettura barocca, estremamente panoramica data la sua posizione collinare, che sovrasta la città:  la Certosa di San Martino fu commissionata, per volere di Carlo d’Angiò,  all’architetto e scultore senese Tino da Camaino, nel 1325. Nei secoli, il celebre complesso monastico fondato dell’Ordine fondato a Chartreuse (Cartusia) ha subito costanti rinnovamenti, in particolare l’ampliamento del 1581, per mano dell’architetto Giovanni Antonio Dosio, che ne trasformò le vesti, da un severo aspetto gotico al prezioso e raffinato barocco. L’attuale personalità della struttura viene delineata dall’impronta di Cosimo Fanzago, che collabora al cantiere di restauro dal 1623 al 1656. Nonostante i danni subiti durante la rivoluzione del 1799, resta un fiore all’occhiello del panorama artistico napoletano. 

Un percorso articolato su due livelli: al primo livello, è possibile ammirare il Presepe Cuciniello, il più famoso e importante di Napoli, che consta di 800 pezzi, e la Carrozza degli eletti. Al secondo livello, la Galleria dell’800 ospita 950 dipinti di artisti tra i quali Domenico Morelli e Giacinto Gigante. Inoltre, dal Chiostro dei Procuratori è possibile l’accesso alle sale del Museo e ai giardini; il Chiostro Grande, dotato di una maestosa balaustra barocca ornata con teschi in marmo, simbolo della precarietà della vita terrena.  

Addentrandosi nei Sotterranei Gotici, ci si appresta a vivere un viaggio in una Napoli scomparsa, fatta di epigrafi, lapidi e sculture che coprono un arco cronologico che va dal Medioevo al Settecento. I suggestivi ambienti sotterranei erano le antiche fondamenta trecentesche della Certosa, dove si susseguono pilastri e volte ogivali che sostengono l’intera struttura; nei corridoi e negli slarghi sono esposte le opere in marmo della Sezione di sculture ed epigrafi. La raccolta di opere si è formata tra fine Ottocento e inizio Novecento grazie ad acquisti, lasciti, donazioni, cessioni e depositi. Sono 150 le opere in marmo esposte nei sotterranei, seguendo un preciso ordine cronologico (dal medioevo al XVIII secolo), nel rispetto dei contesti di provenienza.